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Chiesa di San Massimo alla Roveda di Sedriano (Mi)
2° concorso Mediarea restauro
2002
ente autonomo della fiera del mediterraneo,
facolta' di architettura dell'universita' di Palermo,
dipartimento di storia e progetto nell'architettura,
laboratorio di indagini e restauro dei beni architettonici
(l.i.r.b.a.) "Salvatore Boscarino"
associazione culturale "monumento-documento"
Lungo l’antico tracciato romano che
da Milano conduceva a Magenta, Novara e ai valichi alpini piemontesi,
all’altezza dell’undicesimo miliario in epoca medioevale doveva sorgere
un “piastrello” con una immagine votiva. Qui nel 1270 si decise di
edificare un “Hospitalis Sanctae Mariae” per la cura degli ammaliati e
per il ricovero dei viandanti e dei pellegrini che di qui transitavano
diretti ai santuari d’oltralpe; a gestire la struttura vennero chiamati
i frati Umiliati. Nella seconda metà del XVI secolo Gian
Galeazzo Visconti fece costruire una chiesa dedicandola
all’Annunciazione, chiesa di cui si fa menzione nelle visite pastorali
del 1570, del 1603 e del 1760. Ai Visconti succedettero i Gallarati che
diventarono padroni di tutto il borgo sorto attorno all’antico ricovero
per viandanti, divenuto ormai importante centro rurale; ai Gallarati va
attribuita la costruzione di un nuovo edificio dedicato alla Vergine
Addolorata, consacrato il 24 settembre 1775. La nuova chiesa, che prese
il posto dell’antico oratorio che doveva trovarsi in pessime
condizioni, venne costruita “a fundamentis” poco lontano dal sedime del
precedente come atTesta una lapide conservata all’interno della chiesa
sulla quale si legge “SACELLUM … VETERI DIRUTUM … QUOD PROPIUS HAS
AEDES … A FUNDAMENTIS REFECIT”. Questa ipotesi, che si discosta da
quanto fino ad oggi sostenuto dalla storiografia locale, è
suffragata anche da una comparazione delle mappe catastali del 1722 e
del 1875 che evidenziano come il riassetto urbanistico dell’intero
borgo abbia determinato trasformazioni rilevanti dell’edificio
padronale che viene ad essere collegato alla nuova chiesa che presenta
un orientamento sud-est nord-ovest collocandosi in una posizione
diversa rispetto al precedente edificio la cui giacitura planimetrica
è ancora individuabile nella mappa del 1875. Dalla fine del
XVIII secolo non si hanno notizie certe che attestino l’esecuzione di
opere di trasformazione o di manutenzione della chiesa che nel 1998
è stata donata dagli ultimi proprietari, Benita ed Alfredo
Zecchini, alla parrocchia di Sedriano. Da fonti orali si è
appreso che negli anni ’60 del XX secolo la chiesa è stata
oggetto di interventi di manutenzione ordinaria quali la sostituzione
del pavimento, la realizzazione di due successivi impianti di
riscaldamento, il rifacimento di un solaio nel corpo di fabbrica che
ospita la sacrestia e di tutti gli intonaci interni ed esterni, rifatti
purtroppo con malte cementizie dimostratesi ben presto incompatibili e
fonti di ulteriori degradi.
Nulla si sa sul progettista e sulle
maestranze impegnate nel cantiere; il rilievo delle geometrie della
fabbrica e l’analisi degli apparati murari e delle strutture messe a
nudo durante i lavori di restauro hanno messo in evidenza una
eccezionale regolarità del manufatto, soluzioni formali ed
architettoniche di un certo pregio. Ciò che le fonti
bibliografiche ci fanno sapere è che alcuni gesuiti avevano
trovato ospitalità in questa residenza di campagna dopo la
soppressione del loro ordine avvenuta nel 1773, pochi anni prima della
costruzione della chiesa che presenta importanti caratteri che la
mettono in relazione a quell’ordine portando a ritenere che fu proprio
una dei gesuiti presenti in villa l’artefice del progetto di questo
oratorio privato. A suffragare questa ipotesi concorrono considerazioni
di diversa natura tra cui val la pena di ricordare la ben nota
competenza dei gesuiti nel progettare in prima persona le proprie
chiese nonché una serie di analogie tipologiche tra questo
edificio ed altri appartenuti e voluti dalla Compagnia di Gesù.
Le particolari condizioni
ambientali e erronei interventi manutentivi realizzati nel corso degli
ultimi decenni hanno ingenerato una serie di degradi diffusi che
interessavano sia gli esterni che gli interni. In particolare sulle
pareti esterne erano presenti distacchi dello strato superficiale degli
intonaci, esfogliazione della pellicola pittorica e una evidente
differenza cromatica tra la fascia bassa della muratura e la porzione
soprastante. Sul prospetto sud le porzioni in arenaria del prospetto
presentavano evidenti fenomeni di erosione ed esfogliazione
superficiale; sulle pareti interne l’esfogliazione della pellicola
pittorica era accompagnata da criptoefflorescenze localizzate lungo i
margini dei rappezzi cementiti. Tutti i degradi potevano essere fatti
risalire a fenomeni di risalita capillare per valutare la cui
entità è stata condotta, dal Laboratorio del Dipartimento
di Conservazione e Storia dell’Architettura del Politecnico di Milano,
una campagna di prove gravimetriche e rilievi con termocamere
all’infrarosso che hanno confermato l’ipotesi iniziale. Il carattere
costante del fenomeno studiato permette di associarlo ad una fonte di
alimentazione sempre presente (la falda freatica) sia pure di portata
variabile in funzione delle precipitazioni meteoriche. Relativamente ai
dissesti statici localizzati principalmente nella parte nor-orientale
dell’edificio è stato condotto un monitoraggio, tutt’ora in
corso, dal quale si può ipotizzare che le lesioni siano
determinate da problemi di carattere geotecnico che per altro
interessano tutta l’area e che richiederebbero un ulteriore
approfondimento prima di poter ipotizzare qualsiasi intervento che vada
oltre la messa in sicurezza delle parti lesionate.
Quanto emerso nel corso delle
analisi preliminari ha portato a stabilire che tutti i fenomeni di
degrado erano da ricondurre alla presenza di umidità di
risalita; l’intervento doveva quindi prioritariamente eliminare la
causa o quanto meno mitigarne gli effetti, attenuando la portata del
fenomeno. Dati i tempi e le risorse a disposizione si è pensato
di procedere con tecniche differenti e tra loro complementari quali la
rimozione degli intonaci cementizi poco traspiranti, la realizzazione
di uno scannafosso esterno e di una barriera chimica. Tecniche ormai
ampliamente sperimentate sono state utilizzate per il rifacimento degli
intonaci e la formazione dello scannafosso, un procedimento più
innovativo è stato adottato per la barriera chimica realizzata
mediante un sistema a diffusione con il quale si è imbibita la
muratura con un formulato siliconico della Rhone Poulenc (S155) diluito
in ragia minerale in ragione del 10%. Per l’applicazione di tale
prodotto è stata utilizzato un sistema brevettato dalla ditta
esecutrice dei lavori (brevetto Ambrosistem della Compagnia della
Pietra di Verona) che sfrutta la potenzialità di assorbimento
capillare del materiale da trattare. In particolare è stata
applicata su tutte le murature, a circa 30 cm da terra, una fascia
continua costituita da un impacco di polpa di cellulosa, materiale in
grado di assorbire liquido in misura pari al proprio volume e di
veicolarlo quindi nella muratura. Il liquido era rifornito da una serie
di diffusori posti a circa 50 cm di distanza l’uno dall’altro e
collegati al’impacco tramite stoppini di cotone. La durata del
trattamento, variabile in funzione della capacità di
assorbimento del materiale, è stata di circa due mesi ed ha
comportato un consumo di prodotto pari a circa 45 litri per mq di
sezione muraria trattata.

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